La lotta tra capitale e capitale si inasprisce in Italia: i produttori industriali denunciano prezzi energetici doppi rispetto alla media europea, mentre le utility prosperano. Con la Germania pronta a detassare l’elettricità e lo Stato italiano sempre più presente nel mercato energetico, quali soluzioni per evitare il collasso dell’export?

In un contesto economico sempre più complesso, sta emergendo in Italia quella che Federico Fubini definisce una vera e propria “lotta di classe”. Non tra capitale e lavoro, come nella tradizionale concezione marxista, ma tra diverse categorie di capitalisti: da un lato i produttori e distributori di energia, spesso controllati dal settore pubblico e attivi in mercati locali a bassa intensità di concorrenza; dall’altro i produttori ed esportatori di ceramiche, acciaio, carta, chimica e cemento, prevalentemente privati e operanti in mercati globali ad alta competitività.
PREZZI ENERGETICI INSOSTENIBILI PER IL MADE IN ITALY
Il nodo della questione è chiaro: in Italia l’energia costa il doppio rispetto alla media europea, mettendo in ginocchio settori industriali cruciali per l’economia del Paese. Non è un caso che recentemente il gruppo Arvedi abbia acquistato intere pagine pubblicitarie sui principali quotidiani nazionali per porre una semplice ma dirompente domanda: perché in Italia l’energia costa il doppio rispetto alla media europea?
I numeri parlano chiaro: la produzione industriale italiana ha registrato un crollo del 7,1% in un anno, concentrato proprio nei settori a maggiore intensità di consumi energetici, mentre i fornitori di gas ed elettricità continuano a prosperare con bilanci floridi. Particolarmente preoccupante è il dato sull’export verso la Germania, primo mercato per l’Italia, che ha subito una contrazione del 5% annuo a ottobre, destinata ad arrivare al 7% nel complesso del 2024.
LA BATTAGLIA TRA CONFINDUSTRIA E CONFINDUSTRIA
La tensione ha raggiunto livelli inediti quando, sei giorni fa, una cordata di Confindustria ha pubblicato un comunicato di fuoco contro un’altra costola della stessa associazione. Un evento senza precedenti negli ultimi trent’anni, innescato dal raddoppio del prezzo del gas negli ultimi mesi.
Il cosiddetto “Tavolo della domanda” – che riunisce Federchimica, i cementieri di Assobeton, Federacciai, Confindustria ceramica, Assocarta, Assovetro, le fonderie di Assofond, i produttori di metalli di Assomet e un coordinamento di PMI – si è scagliato contro Elettricità Futura, l’associazione che rappresenta le imprese produttrici e distributrici di elettricità in Italia.
Le accuse sono durissime: i fornitori di energia vengono accusati di “sbandierare i super bilanci del 2024” mentre “le nostre imprese pagano, rallentano e talvolta sono addirittura costrette alla chiusura”. Il “Tavolo della domanda” parla esplicitamente di “rendite infra-marginali che si generano dai picchi dei prezzi e finiscono proprio nei bilanci di produttori e utilities”.
I MECCANISMI DISTORTI DEL MERCATO ENERGETICO
Ma quali sono i meccanismi che generano queste presunte rendite? L’analisi evidenzia almeno tre aree critiche:
- Gas importato dagli USA: più di un terzo del gas utilizzato in Italia arriva via nave dagli Stati Uniti in forma liquefatta. Gli importatori lo acquistano a circa 14 euro per megawattora, con un costo complessivo in Europa che può salire al massimo a 26 euro (includendo trasporto, oneri finanziari e un ragionevole margine). Tuttavia, in Italia questo stesso gas viene rivenduto a 46 euro, con profitti che raggiungono il 50% del fatturato. Questo avviene perché l’architettura del mercato stabilisce che tutta la materia prima venga venduta a un prezzo pari a quello del 10% più costoso del totale delle importazioni.
- Produzione idroelettrica: l’energia prodotta dalle dighe, che copre circa il 17% del consumo nazionale, costa in gran parte tra 10 e 20 euro per megawattora, ma viene immessa nel sistema a 150 euro per megawattora, generando margini di profitto abnormi rispetto a un normale meccanismo di mercato. Inoltre, i concessionari idroelettrici stanno per ottenere il rinnovo automatico delle concessioni per decenni, evitando gare e concorrenza.
- Altre rinnovabili: similmente, l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili viene venduta a 150 euro per megawattora, nonostante possa costare la metà o meno. In alcuni casi, considerando vecchi incentivi ancora attivi, ci sono imprese che incassano tra 300 e 400 euro per megawattora producendo a costi di 50-60 euro.
Secondo le stime, queste distorsioni comportano un sovrapprezzo di 7-8 miliardi di euro all’anno per i consumatori italiani rispetto a quanto pagherebbero in un sistema più moderno ed efficiente.
LA MINACCIA TEDESCA E IL RUOLO DEL GOVERNO
La situazione rischia di peggiorare ulteriormente alla luce delle politiche energetiche che si profilano in Germania. Il programma della CDU di Friedrich Merz, vincitore delle recenti elezioni tedesche, propone di detassare l’elettricità e i costi delle reti di trasmissione, con interventi stimati in decine di miliardi di euro all’anno.
Se queste misure venissero attuate, le imprese italiane rischierebbero di pagare l’energia il doppio rispetto alle concorrenti tedesche, non un terzo in più come accade attualmente, rendendo ancora più ardua la competitività sui mercati internazionali.
In questo contesto, il governo Meloni si trova in una posizione delicata. Da un lato è azionista di riferimento di numerose imprese energetiche, i cui dividendi sono fondamentali per i conti dello Stato; dall’altro ha il ruolo di legislatore e arbitro a tutela di tutti gli attori economici. Una contraddizione che appare sempre più difficile da gestire.
LA TENTAZIONE DEL GAS RUSSO
È in questo quadro che si inseriscono le recenti dichiarazioni del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sulla possibilità di tornare a importare gas dalla Russia: “Se un accordo di pace c’è, a quel punto entra in gioco tutto. Da un punto di vista economico determinerebbe sicuramente un effetto positivo”.
Parole che hanno suscitato perplessità, considerando che l’aggressione russa all’Ucraina è ancora in corso. Secondo Fubini, questa uscita potrebbe essere interpretata come “il tentativo un po’ disperato di tirare fuori una carta a sorpresa che sedi e sopisca” le tensioni in atto.
LO STATO IMPRENDITORE E LE SUE RESPONSABILITÀ
La questione energetica si inserisce in un trend più ampio di ritorno dello Stato nell’economia, che preesiste all’attuale governo ma che oggi sta accelerando. Il governo è ormai un azionista di grande peso in numerosi settori strategici: elettricità, gas, petrolio, rinnovabili, nucleare, aerospazio, industria della difesa, gestione del risparmio, spedizioni, telefonia, banda larga, costruzioni, sistemi di pagamento, settore bancario e forse presto anche assicurazioni.
Un interventismo che comporta grandi responsabilità e che può rivelarsi un’arma a doppio taglio: “Quando tutto va bene, frutterà ai politici potere e consenso. Ma quando l’economia si ferma, i produttori e i lavoratori del privato soffrono e chiedono risposte, questo immenso apparato con la sua voracità può apparir loro improvvisamente il peggiore dei nemici”.
La sfida per il governo sarà dunque trovare un equilibrio tra gli interessi contrapposti, garantendo sia la sicurezza energetica del Paese sia la competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali. Un equilibrio non facile da raggiungere, soprattutto in un contesto geopolitico sempre più complesso e con la recessione industriale che continua a mordere.
